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Caffè Scorretto – Macché inaudito Giuseppe Valdes
Se esistesse un borsino dei tic giornalistici, una lavagna su cui quotare gli stereotipi che usiamo, probabilmente in questi giorni noteremmo un calo di “efferato omicidio” e una parallela ascesa di “inaudita ferocia”.
Non è un gran problema, però è un po’ un peccato che assistiamo a tempi così tragici e li raccontiamo in modo così risaputo, così fiacco.
A parte l’aria condizionata aziendale, fra i privilegi di chi lavora in una redazione c’è il rullo delle notizie d’agenzia.
Bene: digitando “inaudita” come chiave di ricerca, ieri venivano fuori sei lanci in quattro giorni.
E non è colpa dei giornalisti dell’Ansa: i lanci riportavano dichiarazioni di politici e attivisti che denunciavano casi di violenza, di insensibilità, di volgarità, tutte invariabilmente inaudite.
Eppure, oltre che una banalità, tecnicamente è una scemenza.
Inaudito vuol dire “roba mai sentita”, ed è dai tempi di Caino che le abbiamo audite più o meno tutte.
Dopo la Shoah è rimasto qualcosa di inaudito? Dopo la ferocia del 7 Ottobre, e dopo i massacri indiscriminati scattati per reazione?
“Inaudito” oggi trascende il suo significato per assumere una dimensione quantitativa: c’è il grande, il grandissimo, l’enorme e l’inaudito.
Un significato per sentito (audito) dire, come gli schiamazzi che nel mitico verbale dell’Arma avevano “raggiunto un’intensità tale da potersi definire notturni”.
Celestino Tabasso
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