play_arrow
Contiamo meno dell’Albania – di Salvatore Cubeddu stage@radiolina.it
“Abbiamo grandi aspettative rispetto all’incontro di Roma, il Governo è ben disposto nei nostri confronti, in particolare il ministro Giorgetti”. Parole dei delegati sardi prima del vertice. Forse qualche assessore di oggi ha partecipato pure lui alla manifestazione di vent’anni fa promossa dal presidente della Regione di allora, sfilando nelle strade della capitale con la fascia di sindaco, o come consigliere comunale o semplice cittadino sardo.

Tant’è: “Siamo ben consapevoli che quelle che rivendichiamo sono risorse dei sardi trattenute negli anni in modo illegittimo, ed è necessario che siano restituite, anche in forma dilazionata”. Anche Giorgetti sa che succede ad altri italiani ministri delle finanze che, anno dopo anno, si sono “dimenticati” quanto da noi versato e che era da restituire. Nello stesso giorno, tutta la stampa ci aggiornava sui sedici documenti solennemente firmati, generosi di doni, in coincidenza della conferma del ruolo assunto dall’Albania nel controllo dell’arrivo dei migranti. Accordi in tema di difesa, sicurezza cibernetica, contrasto al narcotraffico, energia, protezione civile, sanità (settore neonatale), cultura, cooperazione finanziaria, sviluppo industriale navale. Sembra l’elenco di una piattaforma sindacale sarda.
L’Albania è uno stato di poco più vicino all’Italia della Sardegna (170 km loro, km 188 noi), di poco anche più grande. Ma ha due milioni in meno di abitanti (2.750.000) della Sicilia. L’Albania è uno stato vezzeggiato nel “bellissimo rapporto tra Giorgia ed Edi”, mentre la Meloni ha già raggiunto il top, rispetto ai suoi predecessori, di rigetto di leggi approvate nel Consiglio regionale sardo. L’Albania è uno stato, la Sardegna è una regione, che per qualcuno, anche di qui, avrebbe il torto di essere lontana dall’Italia, non considerando che, invece, potrebbe essere proprio questo la sua fortuna. Questione di punti di vista, si dirà, però la storia ci dà qualche prova a favore di un’utile insularità.
Anche gli italiani che vengono in Sardegna si entusiasmano per i più di diecimila monumenti nuragici (con le centinaia di “neolitici” che li hanno preceduti), costruiti quando facevamo da soli. Dopo la Toscana con il Centro-Italia, è da noi che si conta la maggiore frequenza di chiese romaniche e di castelli diroccati, costruiti quando ci difendemmo, vittoriosi, sui tentativi di invasioni saracene, riorganizzandoci in proprio attraverso i quattro giudicati.
Dopo esser entrati in Europa conquistando la Spagna e superando i Pirenei, i guerrieri di Maometto si andavano diffondendo lungo la Francia fino a che non furono fermati da Carlo Martello, il nonno di Carlo Magno, a Poitiers, il 25 ottobre 732 d. C. Gli storici hanno indagato sulle gravissime conseguenze per l’Europa intera se, come successe alla Sicilia per duecentocinquanta anni, si fosse consolidato in Sardegna un duraturo insediamento islamico.
Respinti allora, ci ritentarono nel 1015, con la breve esperienza di Musetto (Mugahid ibn Abd Allah Amiri), che dai nostri mari iniziavano ad imperversare lungo le coste italiane dell’oltre Tirreno. Resistemmo di nuovo e li cacciammo via. Truppe sarde e le navi delle repubbliche marinare impedirono il proseguimento dell’impresa. Ma noi presidiammo nel mare interno, per noi stessi e per gli altri, la continuità della civiltà occidentale in Europa.
Tornando all’oggi: cos’è ora la Sardegna per l’Italia? Terra e mare da sacrificare sull’altare della modernità energetica di tutto il Continente? Luogo di contenzione: dove rinchiudere più tranquillamente la schiuma umana delle organizzazioni criminali? Cunicoli: dove inserrare i residui delle acciaierie europee? Un bel territorio da esporre al probabile rifiuto del turismo e base militare su cui sperimentare prove future di guerra tra imperi?
In ogni caso, ci considerano e trattano come lo sgabuzzino di casa loro, in barba ad ogni nostro discorso, non raramente impotente, di autonomia. Imponendocelo, gratis. Pare che, prima dell’Albania, si sia discusso del possibile utilizzo della Sardegna quale spaventapasseri per migranti non fermabili. Allora avremmo discusso sul fatto che “ce lo chiede l’Italia”, verso la quale ci siamo sempre sentiti soccorritori. Come pure per i pannelli e per i pali: ce li chiederebbe l’Europa, e non il girovago capitale finanziario di dubbia origine, che magistratura e forze dell’ordine prima o poi ci spiegheranno da dove provengano. Prima che tutto, di noi, stravolgano.
Salvatore Cubeddu
Acquista la tua copia de L’Unione Sarda
Clicca qui per scoprire tutti i podcast di Radiolina