• home Home
  • keyboard_arrow_right Podcast
  • keyboard_arrow_rightIl ritorno della speranza – di Alessandro Aresu

Gli Editoriali de L'Unione Sarda

Il ritorno della speranza – di Alessandro Aresu

today14 Ottobre 2025 34

Sfondo
share close

L’analisi del 14-10-2025 – Il ritorno della speranza

  • cover play_arrow

    Il ritorno della speranza – di Alessandro Aresu Giuseppe Valdes

Il Medio Oriente è entrato in una nuova fase, con lo scambio di prigionieri e ostaggi tra Israele e Hamas. Il cessate il fuoco, grazie alla pressione degli Stati Uniti, ha portato a un parziale ritiro di truppe israeliane, che andrà ulteriormente verificato. Il rilascio dei prigionieri israeliani ancora in vita dopo oltre due anni di prigionia, in cambio di prigionieri e detenuti palestinesi, ha portato il presidente Trump in Israele, per celebrare un importante successo diplomatico.

Mappa Israele

Negli scorsi giorni, l’inviato degli Stati Uniti per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e il genero e consigliere informale di Trump, Jared Kushner, hanno ricevuto varie manifestazioni di gratitudine dagli israeliani. Il ruolo di Trump è stato riconosciuto come fondamentale, mentre nelle manifestazioni di piazza in Israele Netanyahu è stato spesso fischiato.

Trump non ha ottenuto il Premio Nobel per la Pace, con cui è notoriamente fissato, ma ha portato risultati concreti rispetto agli altri presidenti americani: com’è noto, Biden ha operato in modo inadeguato, ed Obama è stato corresponsabile, con Sarkozy e Cameron, del disastro della Libia che ha portato guerra continua, non certo pace. Peraltro, nel territorio più importante e sensibile per la Sardegna e l’Italia.

Il successo di questi giorni però non appartiene solo a Trump. Di certo, non sarebbe stato possibile senza il contributo essenziale di alcuni attori regionali, in particolare Egitto, Turchia e le monarchie del Golfo. Non a caso il vertice internazionale di celebrazione della pace e di discussione per il futuro si tiene a Sharm el-Sheikh.

A differenza degli attori regionali e degli Stati Uniti, l’Europa si è confermata un attore marginale in questo negoziato. Mentre la situazione politica interna di alcuni Paesi, a partire dalla Francia, continua a essere instabile, il ruolo dell’Europa in politica estera è sempre meno rilevante e l’indebolimento del nostro continente è un fattore strutturale.

Tra le monarchie del Golfo, il Qatar ha avuto un ruolo di primo piano come mediatore, e continuerà a monitorare l’attuazione dell’accordo. In questi giorni, il protagonismo di Doha in politica estera è diventato fonte di una controversia politica interna all’amministrazione Trump.

Il Dipartimento della Difesa (chiamato ora anche Dipartimento della Guerra) ha infatti finalizzato un accordo col Qatar per costruire un impianto di addestramento presso una base aeronautica in Idaho. La struttura sarà finanziata dal Qatar e ospiterà jet e piloti qatarioti.

Questa scelta è stata criticata da molti sostenitori di Trump, che non vedono di buon occhio il ruolo del Qatar nel sostegno all’Islam politico e ritengono che l’amministrazione statunitense sia “svendendo” il territorio e le capacità militari senza prestare troppa attenzione alle conseguenze. Del resto, Trump ha firmato da poco anche un ordine esecutivo che impegna gli Stati Uniti a difendere il Qatar, con una formula non dissimile da quella adottata dalla Nato.

Oggi, mentre si celebrano l’accordo e il ritorno della speranza dopo terribili tragedie che hanno segnato il Medio Oriente, le incertezze maggiori riguardano la sostenibilità della pace nel medio e lungo termine e l’operato di Israele nei confronti dei vicini. In primo luogo, nell’accordo rimangono alcuni punti problematici, come l’effettivo disarmo di Hamas e il futuro del governo di Gaza. Come sempre, il diavolo sta nei dettagli.

In secondo luogo, c’è un’instabilità specifica sul confine settentrionale. Pochi giorni fa, Israele ha intensificato gli attacchi aerei nel Libano. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver colpito un sito dove erano immagazzinati macchinari destinati alle infrastrutture militari di Hezbollah.

Gli attacchi si verificano nonostante il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti nel novembre scorso, dopo una guerra che ha causato la morte di oltre 4.000 persone in Libano e danni per 11 miliardi di dollari, secondo i dati della Banca Mondiale. Le autorità libanesi hanno inoltre arrestato decine di persone con l’accusa di collaborare con Israele. Per questo, il Libano va monitorato con attenzione.

Alessandro Aresu – Consigliere scientifico di Limes

Acquista la tua copia de L’Unione Sarda

Clicca qui per scoprire tutti i podcast di Radiolina


Gli Editoriali de L'Unione Sarda

Rate it