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Legge elettorale, ricorso alla Consulta: otto punti contestati Simona De Francisci, Carla Bassu
Il ricorso contro la legge elettorale coinvolge anche il Tribunale di Cagliari, una delle 25 sedi giudiziarie italiane presso cui è stata contestata la legittimità costituzionale della normativa approvata dal Parlamento. Sono otto i punti contestati, sui quali i giudici dovranno valutare l’eventuale rinvio alla Corte costituzionale. A fare il punto è Carla Bassu, docente ordinaria di diritto pubblico comparato all’Università di Sassari, che evidenzia le criticità legate al premio di maggioranza, alla parità di genere e agli equilibri istituzionali. «C’è effettivamente una forte torsione nei confronti della governabilità a scapito della rappresentanza», osserva la costituzionalista.

Uno dei principali aspetti contestati riguarda il premio di maggioranza, che potrebbe determinare una sproporzione tra i voti ottenuti e i seggi assegnati. Il problema è trovare un equilibrio tra la stabilità del governo e la rappresentatività delle forze politiche in Parlamento. Basso ricorda che la Corte costituzionale è già intervenuta in passato su meccanismi premiali eccessivi, sottolineando che non basta rispettare formalmente i requisiti: occorre valutarne anche gli effetti concreti. «La legge rispetta formalmente la soglia minima prevista dalla Corte, però non sempre la forma è sostanza: bisogna guardare alla sostanza», afferma.
La necessità di garantire governabilità e stabilità politica è uno degli argomenti utilizzati a sostegno del premio di maggioranza. Secondo Basso, tuttavia, la solidità di un esecutivo dipende soprattutto dalla coesione della maggioranza, non soltanto dalle regole elettorali. La docente mette quindi in discussione l’opportunità di modificare la normativa in assenza di una necessità concreta. «La solidità politica crea governi stabili, molto più che formule elettorali imposte dall’alto», sottolinea.
Tra i punti critici figura anche la rappresentanza di genere. Secondo Bassu, l’alternanza tra uomini e donne nelle liste non è sufficiente se non viene garantita anche tra i capilista, che possono avere maggiori possibilità di elezione. L’assenza di questo correttivo rischia di limitare l’efficacia delle misure per una rappresentanza equilibrata. «Non si parla di quote, ma di strumenti di uguaglianza sostanziale che servono a rimuovere ostacoli già presenti», spiega la costituzionalista.
Basso richiama inoltre il frequente susseguirsi di riforme elettorali in Italia, alcune delle quali sono state dichiarate incostituzionali. La docente evidenzia anche l’opportunità di evitare cambiamenti troppo ravvicinati alle elezioni, per garantire maggiore stabilità alle regole democratiche. «In generale, le leggi dovrebbero essere cambiate soltanto a fronte di una vera necessità presente nella società», afferma.
Un ulteriore elemento di discussione riguarda l’indicazione obbligatoria del candidato alla presidenza del Consiglio. Per Bassu, questa previsione solleva interrogativi sul rapporto con le prerogative del presidente della Repubblica, cui spetta la nomina del presidente del Consiglio nell’ambito della forma di governo parlamentare italiana. «La nostra è una forma di governo parlamentare, in cui è il presidente della Repubblica a nominare», ricorda la docente.
L’esito del procedimento resta incerto. Saranno i tribunali a valutare se sussistano i presupposti per sottoporre le questioni alla Corte costituzionale, che potrà pronunciarsi soltanto in caso di rinvio. Secondo Bassu, i dubbi principali riguardano gli effetti della normativa sulla rappresentanza politica e sugli equilibri istituzionali. «È molto difficile rispondere a questa domanda, perché il giudizio è in mano alla Corte», conclude.
Intervista a cura di Simona De Francisci
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