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Leggende: Maskinganna, il folletto che abita le campagne sarde Enzo Asuni
Antichi racconti portano ai nostri giorni la storia di Maskinganna, un diavoletto burlone, per alcuni malvagio, che si divertirebbe a fare dispetti al prossimo. Sono una moltitudine le figure sarde che animano le nostre leggende: recentemente abbiamo parlato di Tziu Masedu, citato S’ammutadori. Nelle scorse settimana abbiamo raccontato le storie di Momotti, Maria Farranca e anche di Luxia Arrabiosa ma non solo. Oggi raccontiamo la storia di un’altra figura della tradizione sarda.

Fra le figure più note, ma che non tutti conoscono emerge sicuramente quella di Maskinganna, una figura particolarmente fastidiosa e ingannatrice. Cosa significa “Maskinganna?” Si configura come una parola composta che letteralmente significa “Maestro di Inganno”. In alcune zone dell’isola è noto come “S’ingannadore” (L’ingannatore). Nei racconti viene delineato come un demone giocherellone, burlone. Lo ritroviamo in diverse storie tramandate che arrivano dagli agricoltori e allevatori sardi. Maskinganna è una figura silvestre, proprio come gli antichi satiri e i sileni e infatti, secondo la leggenda, vivrebbe nei campi e nei boschi. E’ una storia più nota nel territorio dell’Oristanese e possiamo geolocalizzarla soprattutto nel territorio di Busachi e Paulilatino. In questa zona si narra che Maskinganna sia un abitante delle campagne. Questo diavoletto si diverte a cambiare aspetto, è un essere multiforme che cambia continuamente “faccia”. Si diverte a fare scherzi e ingannare le persone. Adora far svegliare di soprassalto chi sta facendo un pisolino e ama apparire e scomparire all’improvviso.
Nel suo cambiare forma adora prendere quella di un folletto, ma delle volte lo si può trovare anche nelle veci di un bambino che piange o di una ragazza che appare e di colpo scompare ma non è raro che si tramuti in qualche animale della foresta. Maskinganna è un burlone che ama creare scompiglio soprattutto nei campi, crea scompiglio tra le greggi e compie degli scherzetti nelle stalle. Alcuni racconti parlano del Maestro dell’inganno come un essere invisibile, come una voce. Odia stare in città, si tiene lontano dai centri abitati e dalle chiese campestri in quanto la simbologia sacra avrebbe il potere di farlo tenere a debita distanza. In un’opera di Pasquale Demurtas emerge che il contatto fisico con un oggetto sacro o benedetto porterebbero il diavoletto a sparire per 33 anni dalla faccia della Terra.
Nel territorio di Belvì Maskinganna non abiterebbe invece nelle campagna ma nei boschi. In questa versione della leggenda popolare emerge un duplice comportamento del diavoletto che dipende dall’indole della persona, del viandante che incontra. Se incontra una persona dalla buona indole, magari un disperso di animo buono, sarebbe propenso ad aiutarla a cercare del cibo o dei corsi d’acqua. Se però a imbattersi in lui è una persona malvagia, quest’ultimo si diverte attraverso burle e addirittura maledizioni. Genera luci, scintille, fiammelle, voci e suoni.
Il diavoletto ha inoltre la capacità di produrre illusioni ottiche col fine di prendersi gioco di chi, per sfortuna, si imbatte in lui. Nel territorio di Ula Tirso Maskinganna ha ispirato anche una maschera della tradizione carnevalesca nota come “S’urtzu e sos bardianos”. Nella tradizione ulese veste di pelle di caprone, ma anche montone e indossa dei campanacci e ha il viso completamente tinto di nero.
Quella di Maskinganna è una storia che valica i nostri confini. E’ infatti una storia di notorietà internazionale a partire dagli Stati Uniti. Dall’Unione Sarda, nella sezione Leggende e Tradizioni leggiamo infatti che la Library of Congress USA l’ha inserito tra quei personaggi di grande interesse culturale.
A cura di Enzo Asuni, social media manager del gruppo L’Unione Sarda, nella rubrica Social Trends.